Cos’è il Songwriting

In Italia, a differenza degli USA, dove questa tecnica è abbastanza diffusa e documentata, si è scritto molto poco sul Songwriting. Uno dei pochi testi in lingua italiana sul Songwriting è Songwriting, la composizione di canzoni come strategia d’intervento musicoterapico di Paolo Alberto Caneva, per il resto la documentazione è abbastanza frammentaria (sulle riviste specializzate oppure, su internet, sui vari blog che trattano tematiche affini é possibile leggere qualche articolo, ma nulla più).

L’assenza di documentazione potrebbe far dedurre che questa tecnica, in Italia, sia poco diffusa. In realtà, sia pure con approcci molto diversi tra loro, i musicoterapisti italiani hanno utilizzato e utilizzano di frequente la canzone oppure la storia cantata durante le loro sedute coi pazienti. In particolare, ciò accade abitualmente durante l’esecuzione del rituale d’inizio o fine seduta, quando il musicoterapista e il/i paziente/i cantano (insieme oppure no) una canzone nota cambiandone alcune parole in funzione dell’obiettivo terapeutico prefissato.

Tra l’altro pare che, anche in Italia, si stia cominciando a diffondere l’uso della cantoterapia che, tecnicamente, si differenzia dalla musicoterapia per il fatto che lo strumento fonatorio, in questo caso, è insito nell’uomo. In effetti la cantoterapia è molto vicina alla musicoterapia in forma attiva, con la sostanziale differenza che mentre per fare musica si ricorre solitamente ad un accessorio “estraneo” al corpo umano, lo strumento che occorre per cantare è incorporato nell’uomo, nel suo apparato fonatorio, con benefici psico-fisici ancora più diretti ed evidenti.

Il Songwriting comprende numerose varianti, in sostanza tutti i metodi abitualmente usati dai compositori per comporre le canzoni. Ad esempio, per comporre le parole di una canzone, si può trarre ispirazione da articoli di giornali, riviste oppure si possono annotare in sequenza le proprie emozioni o, ancora, ci si può basare su un brainstorming di idee, parole o frasi compiuto in gruppo.

Nell’ambito del pensiero musico-centrato, il Songwriting diventa terapeutico allorquando la composizione di canzoni viene svolta all’interno di un setting tra il terapeuta e il paziente (o il gruppo di pazienti), laddove il ruolo del musicoterapista è anche quello di compositore o “facilitatore” di canzoni.

Nell’opera di Felicity Baker e Tony Wigram, “Songwriting: methods, techniques and clinical applications for music therapy clinicians educators and students” (traduzione italiana a cura di Antonietta De Vivo, “Songwriting. Metodi, tecniche e applicazioni cliniche per clinici, educatori e studenti di musicoterapia” – Roma, ISMEZ, 2008), sono presentati dei casi clinici di psichiatria infantile e vengono descritte alcune sedute in cui i terapeuti interagiscono con i pazienti usando il Songwriting. Dal racconto dei particolari delle sedute, emergono interessanti aspetti in merito all’uso della canzone in terapia. Si nota subito come ai bambini riesca più facile esprimersi attraverso il canto facilitato dal terapista, che canta insieme a loro e improvvisa sonorità in particolare con strumenti melodici quali il piano e la chitarra. In molti casi, infatti, i bambini riescono ad esprimersi liberamente col canto in situazioni nelle quali, col solo linguaggio verbale, appaiono bloccati. In uno dei casi descritti nell’opera si legge:

 

Allan, 12 anni, con una diagnosi di autismo, ha avuto esplosioni di violenza, è stato escluso da scuola, a volte è divenuto aggressivo nei confronti di sua madre. La musicoterapista (Amelia Oldfield), cominciando a suonare, gli propone un dialogo cantato in cui Allan può esprimersi liberamente. Appena la musicoterapista intona la frase “C’era una volta…”, Allan comincia a cantare e suonare. Egli canta di un troll chiamato Albert che porta gli occhiali ed è arrivato a nuoto, a questo punto la musicoterapista interviene cantando: “e ad un certo punto egli incontra un coccodrillo, cosa succede?” A questo punto Allan continua a suonare senza cantare o dire nulla, la terapista, attraverso la voce e i suoni, incoraggia Allan a rispondere, finché Allan si cimenta in un rap disconnesso: “Hey baby, yea, I’m playing today, one two three, I’m playing today…” La terapista allora chiede nuovamente: “ma cosa succede ad Albert quando incontra il coccodrillo?” Allan risponde: “il coccodrillo esplode, così finisce la storia!”.

 

Nel caso appena citato, l’approccio utilizzato è risultato abbastanza efficace nello stimolare la creatività e l’attenzione all’ascolto del giovane paziente. Questa tecnica che, tra l’altro, prende in prestito alcuni elementi della teatroterapia (l’invenzione e quindi, indirettamente, anche la drammatizzazione della storia), viene ben descritta nel testo di Wigram e Baker. Il terapista, dopo aver disposto nel setting gli strumenti musicali messi a disposizione del paziente, si reca al pianoforte e, suonando, propone l’inizio di una “storia cantata” (generalmente intona il classico “C’era una volta…”). A questo punto è il paziente che fornisce gli spunti per proseguire nel lavoro del terapista; se il paziente comincia a “cantare una storia” e/o produce dei suoni con gli strumenti, il suo contenuto verbale e i suoni prodotti influenzeranno la risposta del terapista. In alcuni casi il paziente rimane in silenzio oppure suona in modo abbastanza vago, in questo caso il terapista prende spunto dall’osservazione del linguaggio corporeo e dall’espressione facciale. La struttura complessiva delle “storie cantate” varia da paziente a paziente; in alcuni casi una storia si può comporre solo di un paio di frasi, in altri può protrarsi anche per 20 minuti con risvolti di vario genere; in altre situazioni ancora essa può avere una struttura molto chiara con un inizio, un corpo centrale e una fine. Questo, il più delle volte, dipende anche da quanto il paziente è in grado di lasciarsi andare e da quanto ha paura o meno di perdere il controllo. Durante l’elaborazione della storia è però importante che il terapista non cerchi di guidarne la struttura con la propria creatività sostituendosi, nel fare ciò, al paziente. In ogni caso il terapista cercherà di aiutare il paziente a giungere ad una conclusione, il più chiara possibile, della sua storia.

In più circostanze, da quel che si evince leggendo l’opera di Wigram e Baker, sembra che questo tipo di tecnica abbia portato a buoni risultati, soprattutto coi bambini.

Tratto dal lavoro di Domenico Anania.

 

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Staff Artedo



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