Disagio scolastico: la soluzione arriva dalle Arti Terapie

In qualità di insegnante di sostegno, ho avuto quest’anno l’opportunità di rendermi conto di quanto ciò che ho appreso finora sull’arteterapia abbia nell’ambito scolastico un terreno fertile su cui far presa.

Facendo riferimento, in particolar modo, a quanto affermano gli esperti, penso sia giusto definire cosa s’intende per disagio scolastico in modo da comprendere in che modo l’arteterapia possa davvero essere un valido strumento di supporto.

Mancini, Gabrielli e Rossi lo definiscono come: “uno stato emotivo, non correlato significativamente a disturbi di tipo psicopatologico, linguistici o di ritardo cognitivo, che si manifesta attraverso un insieme di comportamenti disfunzionali (scarsa partecipazione, disattenzione, comportamenti prevalenti di rifiuto e di disturbo, cattivo rapporto con i compagni, ma anche assoluta carenza di spirito critico), che non permettono al soggetto di vivere adeguatamente le attività di classe e di apprendere con successo, utilizzando il massimo delle proprie capacità cognitive, affettive e relazionali.”

Sempre secondo Rossi il disagio scolastico, avvertito dallo studente, è sovente il risultato dell’interazione di più fattori sia individuali che ambientali che combinandosi tra loro determinano una grande varietà di situazioni problematiche che lo espongono al rischio di insuccesso e di disaffezione alla scuola.

A partire da queste considerazioni si possono individuare i principali fattori che, interagendo fra loro, contribuiscono a determinare il disagio scolastico:

  • le caratteristiche dell’alunno (cognitive, affettive, comportamentali, sociali e culturali) e
  • le caratteristiche dell’ambiente scolastico (didattiche, organizzative, socio-relazionali, ecc…).

 

Tale definizione focalizza l’attenzione su un punto cruciale: il disagio è sempre il risultato dell’interazione tra variabili relative al soggetto (l’alunno) e variabili relative al contesto in cui il soggetto è inserito (la scuola)”.

Un ulteriore approfondimento della riflessione sulle possibilità di integrazione tra il lavoro didattico e l’esperienza arteterapeutica, si può trovare nell’intervista condotta da Silvio Mottarella a Jader Tolja, autore del libro “Pensare con il corpo”, in cui Tolja sostiene che: “Uno dei problemi principali è che quante più informazioni vengono date, che non sono verificabili esperienzialmente, tanto più si crea confusione in chi si trova in un processo di apprendimento. È lo sbilanciamento tra la quantità di teoria effettivamente verificabile e l’esperienza di verifica o di supporto alla teoria che puoi realmente fare”. Per Tolja, l’insegnamento deve produrre empowerment (parola che indica la fiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità), cioè portare le persone a scoprire e ad aver fiducia nei propri mezzi, ed individua, come punto di forza di un siffatto modello didattico, il processo che sviluppa nell’alunno responsabilità e consapevolezza.

L’insegnante dovrebbe soprattutto trasmettere agli alunni la capacità di riconoscere e sfruttare al meglio le proprie risorse, “far rievocare” e non “far acquisire” competenze. Come sottolinea Tolja, l’insegnante deve essere un facilitatore che fa scoprire all’alunno le proprie risorse e qualità, conoscere il proprio mondo corporeo, emotivo e relazionale. L’insegnamento, in questo senso, è (o almeno dovrebbe essere) una possibilità per il professore e per l’alunno di scoprire reciprocamente qualcosa di nuovo che contribuisca a migliorare le proprie condizioni di vita.

Oltre ad aver avuto la possibilità di rapportarmi in una relazione uno a uno, in qualità di insegnante di sostegno, ho altresì avuto modo di relazionarmi col gruppo classe. In particolare ho utilizzato le ore di supplenza in varie classi per creare momenti di creatività guidata nei quali tutti potessero sentirsi liberi dal giudizio che l’attribuire un voto solitamente comporta. In fondo ero lì di passaggio, non ero la loro professoressa e ciò che chiedevo loro era un pretesto per entrare in relazione e fare di quell’ora un’occasione in cui sperimentare le mie conoscenze e provare ad entrare nel loro mondo in punta di piedi.

Ciò che più mi ha colpito è il bisogno di ognuno di raccontarsi e dire cose che nel tradizionale contesto scolastico solitamente non trovano espressione. Ci fu un ragazzino in una classe prima che manifestò il desiderio di essere adottato e di voler abbandonare la sua attuale famiglia. Ricordo che proposi come attività quella di disegnare il contorno di una mano e di scriverci dentro ciò che avrebbero voluto tenere con sé e all’esterno ciò che avrebbero lasciato andare tranquillamente, Usando così l’arte, la musica e la scrittura per comprendere cosa c’era alla base del loro disagio scolastico. E nel caso di quel ragazzino c’era un disagio profondo che si ripercuoteva sul suo atteggiamento oppositivo e provocatorio all’interno del gruppo classe.

La domanda che mi sono posta è “in che modo si sarebbe potuto rendere quell’ambiente un posto piacevole da vivere?”.

Di solito si considerano Arte e Immagine così come Musica discipline di serie B. Certo avere un quattro in Arte non mette a rischio la promozione.

Qualche anno fa dissi ai miei alunni:

     “Se l’arte non vi garantisce la promozione, vi può salvare l’anima!”

La sfera delle emozioni è un elemento imprescindibile della progettualità e della pratica educativa. Si parla infatti di una vera e propria pedagogia delle emozioni.

Per la psicologia della conoscenza l’emozione può frenare o favorire considerevolmente il nostro rapporto con l’apprendimento. Imparare non è solo un problema tecnico, ma coinvolge anche l’affettività e l’emotività. Ovviamente, come afferma Dallari, i sentimenti, le emozioni e le passioni hanno bisogno di apparati simbolici per manifestarsi, prendere forma, legittimarsi ed esistere.

L’arte rappresenta così un valido mezzo per rendere l’apprendimento scolastico un’esperienza di crescita.

Tratto dal lavoro di Giuseppina Valente.

 

#FaiDellaTuaPassioneLaTuaProfessione

Staff Artedo



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