La ricerca dell’autenticità interiore

Comunemente il Teatro viene associato al concetto di finzione. Tuttavia, il Teatro del Novecento ci insegna che fare Teatro non è solo recitare, ma prima di tutto denudarsi, penetrare in profondità in quello che si nasconde dietro la nostra maschera quotidiana, toccare gli strati intimi della nostra personalità, per farne dono.
Grotowski parla ai suoi attori come un terapeuta, conducendoli alla ricerca dell’autenticità interiore attraverso il lavoro sulla voce e sul movimento corporeo.

ln questo senso, fermare il flusso dei pensieri per liberare il corpo e la voce nell’atto creativo è la base della ricerca teatrale.
«L’organismo dell’attore dovrebbe liberarsi di qualsiasi resistenza nei confronti del processo interiore, in modo tale che non ci sia intervallo di tempo tra l’impulso interiore e la reazione esterna e che l’impulso sia di per sé contemporaneamente reazione».
Fermare il flusso dei pensieri, dunque. Come? Utilizzando il corpo, il training fisico.

Vi sono a Teatro degli esercizi plastici che vengono eseguiti all’inizio di ogni incontro, come “riscaldamento”. Questi esercizi servono sì ad allenare il corpo, a renderlo più flessibile e resistente e a dare all’allievo consapevolezza del proprio “veicolo” e delle sue potenzialità, ma hanno anche un’altra funzione: quella di far sì che la persona si liberi.

Per far questo è necessario lasciare andare il controllo, stancarsi fisicamente, perché nella stanchezza corporea la mente trova il suo silenzio, la sua libertà e la sua espressione creativa. Una volta che si è stanchi, o che comunque si è sciolto il corpo e lo si riesce a sentire libero da tutti i blocchi e le contratture che quotidianamente ci portiamo dietro, le difese si abbassano e creare liberamente diviene molto più facile. Diviene più facile accedere ai “primi pensieri”, quelli non gravati dal nostro controllore e censore interno.
Ne parla Natalie Goldberg a proposito di scrittura creativa nel suo Scrivere Zen: anche lei, per liberare la nostra voce creativa, consiglia di usare l’azione fisica insita nella scrittura, di tenere la mano in movimento fino a far sì che questa tracci sul foglio la nostra voce interiore, quella a contatto con la pura intuizione, con il flusso creativo. La revisione, poi, verrà dopo. In questo caso è solo la mano ad essere in moto, ma porre l’attenzione sul gesto, non staccare la mano dal foglio e semplicemente scrivere, senza passare al vaglio ogni pensiero, fa sì che la mente si liberi dai soliti sentieri battuti.
Non è forse lo stesso obiettivo che vuole ottenere Grotowski quando esorta a far coincidere l’impulso interiore con la reazione esterna?
Nei laboratori teatrali i maestri incitano spesso a non pensare quando si tratta di improvvisare, sia che si tratti di improvvisazione corporea, immaginativa o narrativa.
Uno degli insegnamenti più significativi che ho tratto, sin dal mio primo laboratorio teatrale, è stato proprio questo: non si può liberare la propria creatività “a tavolino” e non abbiamo la più pallida idea di quel che possiamo creare finché non zittiamo almeno un po’ la mente e i nostri censori interni.
Per quanto riguarda il mio percorso da allieva, l’insicurezza che mi portavo dietro ha fatto sì che spesso nutrissi dei timori quando si trattava di improvvisare. Mettendomi in gioco, ho però potuto sperimentare personalmente la meraviglia che accade nel momento in cui si lascia che sia il corpo, e il nostro ascolto di esso, a dirci cosa fare.

Ricordo una sera che il maestro di Teatro ci aveva chiesto di lavorare singolarmente su una breve serie di azioni da trovare ed unire in una partitura. Ci spiegò che stavamo lavorando sul piano pre-espressivo, che non dovevamo utilizzare la parola né connotare le azioni di una precisa intenzione emotiva, mentre dovevamo fare attenzione a ripetere la partitura in modo molto preciso, introducendo poi delle variazioni di ritmo.

Quando toccò a me mostrare il lavoro svolto, mi venne chiesto di fare un ulteriore passo e di aggiungere una continuazione alla partitura che avevo eseguito. Il mio timore si leggeva sul viso, che sembrava tenere impresso un grosso punto interrogativo e una richiesta d’aiuto, ma il mio maestro mi disse semplicemente: “Fai e non pensare. Vedo dalla tua faccia che stai pensando, ed è l’unica cosa che non devi fare. Non pensare, fai. E vedrai che qualcosa verrà.”
E così è stato. Quella e tutte le altre volte in cui sono riuscita a seguire questa regola insostituibile, son venute fuori cose che mai avrei fatto se avessi pensato a cosa fare. Cose che si sono rivelate poi le migliori intuizioni, facendomi accedere a qualcosa di estremamente creativo, credibile ed autentico.

Grotowski esortava i suoi attori a trovare sempre il proprio io naturale, a cercare l’autenticità. Quando si trattava di giocare a fare gli animali, ad esempio, Grotowski incitava gli allievi a non imitarli artificialmente, ma a cercare di scoprire piuttosto quello che dentro di loro vi era di simile agli animali.
«”Io cane” adesso reagisco con la mia voce naturale e comincio ad usare i denti senza imitare la voce di un cane. La piccola differenza è tutta qui. Si può iniziare imitando la voce di un cane per aprire le possibilità della nostra immaginazione vocale ma, andando avanti, si deve trovare l’”io” naturale».
Nell’ultimo laboratorio da me frequentato abbiamo utilizzato molto il lavoro sugli animali in fase pre-espressiva. Siamo partiti dal lavoro sulle camminate, sperimentando le diverse possibilità che venivano dal puntare l’attenzione su uno specifico “motore”, da cui partiva l’impulso al movimento, che poteva essere alternativamente il bacino, il petto o la testa e notando i notevoli cambiamenti riscontrabili sull’intera figura corporea nel momento in cui la camminata veniva effettuata con basculamento del bacino in avanti o all’indietro o con il petto in dentro o in fuori.
Successivamente, dopo aver immaginato un animale, abbiamo utilizzato le innumerevoli possibilità del nostro corpo per giocare ad impersonarlo. La difficoltà riscontrata nel gruppo è derivata dal fatto che la consegna del maestro, così come ci insegna Grotowski, non era quella di imitare l’animale, ma di far sì che alcune sue caratteristiche venissero utilizzate per poi umanizzarle in modo da trovare una determinata postura o un particolare modo di camminare.
L’imitazione, dunque, si è rivelata utile solo in un primo momento, ma poi abbiamo cominciato a sentire cosa quell’imitazione poteva suggerirci e come poteva trasformarsi.
Un altro lavoro che ho molto apprezzato e che consente di comprendere bene cosa significhi la ricerca dell’autenticità ho avuto modo di sperimentarlo con un’altra insegnante all’interno dello stesso percorso laboratoriale: attraverso l’utilizzo di diversi brani musicali, suddivisi in piccoli gruppi di 4 o 5 componenti, ogni partecipante è stato invitato ad improvvisare attraverso il corpo tutto ciò che spontaneamente e liberamente veniva fuori restando in ascolto di se stesso e della musica. Il resto del sottogruppo seguiva e riproduceva i movimenti proposti dalla persona che, di volta in volta, aveva il compito di improvvisare, in una sorta di danza corale. L’insegnante ci ha più volte suggerito di non considerare quanto ci stava chiedendo come un esercizio attraverso cui mostrare una sequenza di movimenti, ma piuttosto come un lavoro per entrare in contatto con se stessi, facendone dono agli altri, per dare ascolto alle proprie sensazioni ed esprimerle secondo il proprio particolare, irripetibile e autentico modo di essere.
Ancora ricordo che, nel training che effettuavamo in occasione di ogni incontro, vi era un esercizio particolarmente odiato da buona parte degli allievi: si trattava di andare a turno al centro del cerchio e, restando in ascolto delle diverse proposte di brani musicali, proporre un movimento per poi ripeterlo per un certo lasso di tempo, seguiti dal resto del gruppo. Anche in questo caso non si trattava di eseguire un gesto pensato, ma di partire da un gesto che nasceva spontaneamente, fosse anche quello di grattarsi la testa o torturarsi le dita nella ricerca di un’idea, per poi amplificarlo fino a farlo diventare altro. Il comune “odio” verso quest’esercizio era dettato, ancora una volta, dalla difficoltà di abbandonare il controllo e dalla paura di non sapere cosa fare, quando in realtà tutto quello che occorrerebbe fare è semplicemente ascoltare in modo da lasciare libera espressione alle infinite possibilità del corpo.
Possiamo osservare, dunque, come anche nel Teatro che ha come obiettivo primario l’insegnamento delle tecniche di recitazione e come fine ultimo la messa in scena, prima ancora di indossare i panni di un altro da sé, occorre entrare in contatto con se stessi, fonte di ogni processo creativo, perché anche la finzione, per essere credibile, deve attingere all’autenticità.

Tratto dal lavoro di Roberta Marini

#FaiDellaTuaPassioneLaTuaProfessione

Staff Artedo



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